Disinformazione inconscia?

 

Alla nostra epoca post-moderna si addice una post-verità?

Me lo chiedevo leggendo la serie di post che Luca De Biase, in una successione intensa ed equilibrata che ricorda il bachiano clavicembalo ben temperato,  ha recentemente dedicato al tema quanto mai attuale e decisivo della disinformazione, dando conto di quanto di più significativo è stato scritto al riguardo da ricercatori, intellettuali e media Players.

Molto interessante in particolare la ricerca di Quattrociocchi  sulla misinformation e le echo-chamber: «Uno spazio definito sul web nel quale le idee scambiate, essenzialmente, si confermano le une con le altre”.

Non ho alcun titolo per esprimermi su temi tanto complessi, se non la pratica di disinformazione del mio quotidiano lavoro psichiatrico e psicanalitico.

Quali migliori esperti di disinformazione dei pazienti?

Cioè di tutti noi quando, costretti dalla sofferenza, ci troviamo a raccontare i nostri vissuti raccogliendoli attorno ad un filo conduttore che noi stessi non vediamo.

Nella morsa tra desiderio di piacere e diabolica perseverazione della nostra infelicità, sicurezza dell’attaccamento e e desiderio di autonoma esplorazione, raccontiamo a noi e ai nostri terapeuti ciò che immediatamente percepiamo, ciò che vorremmo o dovremmo raccontare, che ci immaginiamo gli altri vogliano sentire da noi.

Non è questa una forma di post-verità se la post-verità è,

“when an emotional understanding of an issue, especially in politics, supersedes the often complex facts involved, so there is a greater belief in what people want to hear as opposed to the actual evidence available.”

Credo allora che una recente forma di terapia innovativa e scientificamente validata, la terapia basata sulla mentalizzazione MBT (di Anthony Bateman e Peter Fonagy) offra interessanti spunti per comprendere meglio alcuni aspetti soprattutto inconsci dei complessi processi di disinformazione.

Mentalizzare significa far riferimento agli stati mentali (pensieri, sentimenti, desideri, bisogni, convinzioni etc) di sè stessi e degli altri, comprenderli come basi del comportamento e riflettervi. La terapia si basa sull’assunto che tale processo di mentalizzazione si costituisca per gradi all’interno e grazie al rapporto tra il bambino e genitori nel corso dello sviluppo e attraversi diverse fasi prima di arrivare alla sua completezza.

Ai fini della disinformazione ci interessano soprattutto le due fasi dell’equivalenza psichica e del come se.

Nella prima il bambino stabilisce una sorta di equivalenza tra desideri, pensieri e azioni immaginando che quello che lui desidera, sente e pensa venga automaticamente tradotto nella realtà.

È il cosiddetto pensiero magico di cui babbo Natale, Santa Lucia, la befana etc sono il miglior esempio.

Ma anche le paure divengono, in questa fase di equivalenza tra realtà esteriore ed interiore, oggetti reali e il fantasma, serpente, coccodrillo non scompare da sotto il letto fin tanto che il bambino, magari con l’aiuto di un adulto non ha avuto il coraggio di guardarvi sotto.

Gli esempi di equivalenza psichica abbondano anche in rete.

Dagli innocui pensieri virtuali che in una sorta di preghiera laica dovrebbero garantire, non si sa come, fortuna e gioia al ricevente agli assai meno piacevoli auguri di morte.

Le intenzioni sono assai diverse ma l’assunto è lo stesso.

L’espressione in parole, per di più scritte, stampate e a tutti leggibili, di un desiderio si trasforma, per fortuna solo nella testa di chi lo formula, nella sua realizzazione.

Lo stesso vale per i pensieri che accampano pretese di spiegazione della realtà.

L’espressione di un pensiero sufficientemente elementare in una sorta di formula magica, ripetuta all’infinito e manifestata con un’insistenza che fa rima con violenza, diviene, nella mente di chi lo esprime, realtà interpretativa, di per sé autorevole, senza bisogno di alcuna conferma scientifica e tantomeno di riflessione critica.

Più sofisticato il processo del “come se” in cui il bambino – ovvero l’adulto bambino che siamo tutti noi, quando siamo frustrati, stressati, abbandonati – riesce a separare la realtà esteriore da quella interiore trovando nel gioco uno spazio adeguato, un setting, per le proprie fantasie, siano esse desideri irrealizzabili e/o distruttivi.

Nella realtà vale il frustrante principio di realtà, nel gioco il principio di piacere trova la sua riserva protetta.

Ma il gioco è ancora più bello se si gioca insieme e se si può stabilire chi far giocare e chi no.

Così funziona anche sui social Networks, i luoghi per antonomasia dei nostri giochi di adulti-bambini, dei nostri “sogni diurni” (Freud).

E così funziona anche in tante piazze, forum, e mille altri luoghi di scambio Onlife dagli asili, ai bar, ai social media alle moderne Platform.

Non è certo il caso di scandalizzarsi e nemmeno di stupirsi.

Sono fasi e processi che fanno parte di noi e continuano a persistere anche dopo che siamo riusciti a raggiungere la fase della riflessione (critica) – sempre ammesso che ci arriviamo.

Nei momenti di crisi, in cui il legame con le persone significative di riferimento viene messo in discussione, le nostre ferite nascoste vengono riaperte, le convinzioni cui ci siamo sempre affidate messe in dubbio, le frustrazioni della vita quotidiana raggiungono livelli insostenibili, ci rifugiamo nei modi dell’equivalenza e del come se, nella rete neuronale, interpersonale e sociale, onlife.

E ci rimaniamo volentieri. Insensibili ai fatti e ai ragionamenti.

Finché qualcuno ci tocca e noi ci lasciamo toccare in un contatto che l’astinenza ripara dalle ferite e l’empatia rende accogliente.

Solo se abbiamo la sensazione che l’altro non ci guarda dall’alto (della sua ragione) al basso (della nostra vergogna), si fa invece sentire e vedere anche lui vulnerabile e fallibile, gli confidiamo un po’ delle nostre angosce e facciamo cadere un po’ delle nostre corazze pseudo-razionali.

E ci apriamo nuovamente al dialogo e al confronto critico.

Non tutti naturalmente, la permanenza regressiva nelle echo-chamber, novelle isole di Circe, è quanto mai seducente.

E la realtà sempre frustrante.

Una consulenza online, un gruppo Balint onlife per superare la disinformazione?

 

 

Giuliano Castigliego

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