Il velo, gli ebrei e una prof che vorrebbe piangere

Per la seconda volta in pochi giorni, rubo un articolo di Lia: anche l’ultimo riguardava il “velo” o foulard islamico, ma non ho resistito: quello che scrive mi ricorda troppo da vicino quello che ho vissuto anch’io in Egitto.
Lia frequenta l’Egitto da circa otto anni e, a luglio dello scorso anno, ci si è trasferita stabilmente. Insegna Italiano in un’universita dell’Alto Egitto. Attualmente abita al Cairo.
Il blog di Lia – Haramlik – che descrive la quotidianità egiziana è certamente il migliore antidoto contro il contagio da psicosi di “scontro di civiltà”, assieme al libro di William Dalrymple, Dalla montagna sacra.
8 Febbraio, 2004
Terzo anno, corso di “Tema”. Hanno materie strane, qui in Egitto, e “Tema”, iniziato proprio ieri e con studenti nuovi, mi fa morire.
Ho deciso che dell’argomentazione”, grosso modo, e mi sono organizzata di conseguenza.
Ecco, quindi, la prof che entra nella sua aula in Alto Egitto munita di:
1. Articolo tratto da Sette sulla legge francese antivelo, utile perchè contiene un’argomentazione a favore della legge e una contraria. Poi i ragazzi conoscono il problema, quindi non perdiamo tempo a cercare informazioni.
2. Schemi sulla struttura del testo argomentativo (problema, tesi, argomento a sostegno della tesi, antitesi, conclusione: una robina precisa, proprio.)
3. Varie ed eventuali che qui non interessano, e tante buone intenzioni.
deve trattarsi di “teoria
Li ho tutti davanti: maschi da una parte, ragazze dall’altra.
Le ragazze, tutte velate tranne il gruppetto delle cristiane. I maschi, scuri e coi soliti capelli corti corti che non stanno giù manco con l’Attak.
Mi guardano curiosi, che è il primo giorno, e cominciamo.
Io: “Perchè la Francia ha fatto questa legge?”
Loro: “Arghhhh!!!! Perchè hanno torto, perchè sono razzisti, perchè non è giusto, perchè allora, perchè quindi, perchè dunque, e allora noi, e quindi loro, e per esempio….”
Io. “Tzk. Perchè? I loro argomenti. Voglio sapere cosa dicono loro, i francesi.”
Si concentrano sul punto di vista dei francesi. “La Francia è uno Stato laico.”
Ci fermiamo sul termine laico che richiede chiarimenti.
Chiarito il concetto, i ragazzi addenterebbero sia Chirac che coloro che, qui, hanno detto che sono affari dei francesi e chissenefrega: più gli spieghi cosa vuol dire “laico”, meno capiscono cosa c’entri col proibire il velo, ed è tutto un richiamo alla “liberté, fraternité etc.” e un concludere che i francesi si sono bevuti il cervello.
“E’ come se noi lo imponessimo alle nostre sorelle cristiane!” Testuale.
E le cristiane, accalorate e indignate contro i francesi ancora più delle musulmane: “Non è giusto!”
Calma. Prima si ascolta, poi si parla.
E andiamo a vedere gli argomenti a favore della legge, dai.
Intervento di Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale.
L’articolo non è semplice, per degli stranieri al terzo anno: ci tocca analizzare ogni frase, ogni parola, ed è una tortura cinese.
Provateci voi, ad vivisezionare linguisticamente una caterva di insulti e falsità rivolti al vostro mondo e/o alla vostra fede: devi stare lì con la lente d’ingrandimento, andare pianissimo e assaporare per
bene ogni goccia di ogni frase.
Non riuscivano a stare fisicamente fermi: le ragazze si accasciavano, o alzavano la testa di scatto come se fossero state morsicate, si guardavano, si facevano più vicine le une alle altre, sbuffavano…
I maschi, tarantolati: contro lo schienale, poi dritti, poi quasi in piedi, poi a braccia conserte e gambe larghe, poi di nuovo contro lo schienale, ed io che ogni tre secondi gli facevo notare che bisogna conoscerlo, il discorso altrui, se lo si vuole smontare, e quindi “smettetela di impallidire, che diamine!”.
Smorzamento di tensione, risata liberatoria, poi ancora sotto.
Training sul fatto che bisogna argomentare con la testa e non con la pancia, e di nuovo Bordin.
Io soffrivo per loro, giuro.
“[…] Mi chiedo poi, giacchè non solo di foulard si tratta, cosa c’entri con la libertà di culto l’apartheid sessuale nelle piscine o la discriminazione in base al sesso di medici e insegnanti”.
Loro: “Ma cosa c’entra col velo?”
Io: “Dice Bordin che si deve mandare un segnale forte ai musulmani, perchè discriminano in base al sesso.” Medici e insegnanti? Io sono lì, donna, a spiegare a degli studenti maschi che, secondo Bordin, i musulmani la devono smettere di non volere insegnanti donne. E’ surreale. E’ evidente, che io sono lì, loro pure e il problema non esiste.
Mi butto sui medici: “Capita spesso, in Europa, che le musulmane rifiutino i medici maschi”.
E’ un boato.
“L’Islam non dice così!!!!!”
Io sono spiazzata: “E che dice, l’Islam?”
“L’Islam dice che, tra due medici, bisogna scegliere il migliore!!!!!!!”
Ragazzi, fermi tutti e facciamo un sondaggio tra le ragazze.
Chi sceglie i medici in base al sesso?
La maggior parte delle ragazze dice che non gliene frega niente: “Nella scienza non c’è vergogna!” Due, velatissime, dicono che loro sì, preferiscono farsi curare da donne.
Attaccano a discutere tra loro, io interrompo: “E la storia per cui bisogna scegliere il migliore?”
E loro, serafiche: “Se il migliore è donna, tanto meglio.” Sono in nettissima minoranza, comunque.
Due su cinquanta.
Bordin: “In Francia, il foulard è diventato segno identitario di una aggressiva ma minoritaria umma fondamentalista. Ci sono stati casi di aggressioni a studentesse magrebine a capo scoperto.
Molti professori hanno denunciato l’impossibilità di parlare in classe di Shoah”.
Ed io, su questa frase, mi ritrovo a vivere l’esperienza più allucinante di tutta la mia carriera di insegnante.
Perchè loro, perplessi, mi chiedono cosa vuol dire. “Prof, non capisco l’impossibilità di parlare di Shoah.”
Ed io: “Secondo voi, che vuol dire?”
Silenzio. Vuoto. Perplessità.
Io: “Ragazzi: secondo voi, se un prof parla di Shoah, nelle classi citate da Bordin, chi è che reagisce male?” Si guardano: “Gli ebrei?”
E io: “Ma come, gli ebrei??? Perchè dovrebbero arrabbiarsi, gli ebrei???”
E loro, titubanti: “Forse perchè è un brutto ricordo?”
Giuro. Giuro su Dio. Giuro su mia figlia. Non capivano. Io: “No, non si arrabbiano, gli ebrei.
Bordin parla di tensione nelle scuole: è un altro gruppo, quello che non vuole sentir parlare di Shoah. Sono i musulmani, non si capisce?”
Non si capisce. L’articolo, in effetti, non lo specifica.
Un lettore europeo, abituato ad associare i musulmani con l’antisemitismo, non ha bisogno di farselo specificare. L’equazione Islam-antisemitismo non è scritta, ma noi la cogliamo immediatamente.
Loro no. Ed io come glielo spiego, adesso, che questa frase è rivolta a una nostra percezione di loro che, a loro, sfugge completamente?
“Si suppone, ragazzi, che i musulmani odino gli ebrei e rifiutino il discorso sulla Shoah.”
E loro, irrigidendosi: “Ma perchè? Forse la Shoah viene usata per difendere Israele?”
Oddio. Cambio discorso e vado alla frase successiva.
Ancora Bordin: “E’ lecito interrogarsi sui guasti che una religione determina nelle relazioni tra le persone?”
Loro mi guardano confusi: in che senso??
Io mi sto vergognando.
Se loro soffrono, io soffro ancora di più.
Stiamo facendo una cosa emotivamente molto difficile e, alla trentesima volta che mi chiedono come la penso io, io esplodo e glielo dico.
E allora mi consolano: “Prof, guardi che non ha bisogno di continuare a dire ‘Secondo Bordin’.
L’abbiamo capito, che è ‘secondo Bordin’.”
E poi passiamo all’argomentazione opposta, di Jesurum.
Deboluccia, tra l’altro.
E, finito di leggere, chiedo: “Ok. Lasciando perdere le simpatie e le identità di vedute, chi ha argomentato meglio? Vediamola come se fosse una gara sportiva, nient’altro.”
E, disgustati, i ragazzi concludono che ha argomentato meglio Bordin.
Tecnicamente più bravo, nonostante apporti dati falsi e cada in contraddizione.
Convince di più, specie se il destinatario è europeo e non conosce l’Islam.
Bene, ragazzi. Imparate a farlo.
Questo è lo schema, questa è la tecnica, queste sono le caratteristiche linguistiche.
E poi ascolto, tranquillità, freddezza. Cervello.
Conoscenza degli argomenti dell’altro.
Potete fare meglio di Jesurum. Accomodatevi.
Per la prossima settimana, il compito è questo.
Io non so se, in Europa, avrei potuto fare una cosa simile senza avere una rivolta in classe.
E, in parte, avevo sottovalutato la sofferenza che è stata. La lentezza, il distillare ogni parola, hanno davvero comportato una sudata emotiva che non avevo calcolato fino in fondo.
Ma, davvero, forse ho sofferto ancora più di loro. Perchè (e questo è il punto) loro sono infinitamente più tolleranti, e anche fiduciosi e ingenui, di noi.
Il fatto che non capissero il discorso sulla Shoah mi ha quasi ucciso: la sera, poi, ero a cena con la collega e ne parlavamo: “Non puoi non amarli, davanti a queste cose: ti disarmano completamente, ti senti uno schifo. Vieni da una fogna di mondo e loro sono lì, più ingenui dei bambini, e non capiscono.”
Lo diceva lei, e io avevo la testa nella torta e un attacco di bulimia autoconsolatoria che non mi tenevo.
Roba da passare la serata a sbronzarsi, se in Alto Egitto ci si potesse sbronzare.
“Voi conoscete Edward Said, ragazzi? Un grande arabo, cresciuto in Egitto, e il più grande tra gli intellettuali palestinesi. Lui diceva che gli arabi, spesso, hanno molte ragioni ma non le sanno comunicare al resto del mondo. Imparare ad argomentare vuol dire, semplicemente, imparare a comunicare efficacemente le proprie ragioni.”
Mi sa che studieranno.

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