La triste Pasquetta a Mont’e Prama

 

 

Questo non vuole assolutamente essere un pezzo polemico o di denuncia, o comunque solo di denuncia.

Del resto, la denuncia, è implicita nello stato delle cose.

Ce ne sono state tante di denunce, sullo stato di gestione del sito archeologico di Mont’e Prama, forse anche troppe.
Vorrei, invece, poter fare un ragionamento antropologico sul sito di Mont’è Prama come espressione di una forma di comunicazione, fondata sulla mancanza di scenografia e di ritualità, dell’istituzione, in particolare dello Stato. 

Di come la cultura nazionale, mediante forme di comunicazione implicite, operi delle scelte discriminanti.

Non c’era nessuno a spiegare, in loco, le prerogative di un sito archeologico così importante.

Eppure, accalcata dietro la rete, ad ammirare il sito ricoperto di erbacce, c’era una discreta folla. Circa 25 persone in solo mezz’ora, a quanto mi dicono.

Ovviamente grande delusione tra i visitatori.
Del resto le cifre parlano di Cabras come il primo comune con presenze archeologiche dell’isola, avendo superato, da quando sono ripresi gli scavi, anche il villaggio nuragico “Unesco” di Barumini.

Lo stesso piccolo museo ove sono custoditi i Giganti supera per numero di visitatori il Museo Nazionale di Cagliari, che pure anch’esso custodisce alcune statue di Mont’e Prama, e che è il più importante del genere in Sardegna.
Insomma, come proposi alcuni anni fa, il sito di Mont’e Prama ha tutti i numeri per diventare un vero e proprio “Parco Archeologico” capace di attirare un numero cospicuo di visitatori e di creare un movimento economico indotto.
Eppure, nulla. Giusto il museo a Cabras, e poco altro.
Sulle polemiche tra Università e Soprintendenza si è detto tutto, credo, e non è il caso di aggiungere altro in relazione alla diversa considerazione tra i due enti, alla lentezza con cui procedono i lavori, e ai vari intoppi burocratici, alla scarsità di finanziamenti.

Tuttavia provoca una grande tristezza vedere il sito costretto e in parte circondato dallo scasso agricolo operato dal vigneto attiguo.
Sarebbe ora piuttosto facile considerare lo stato di queste cose come la tipica trascuratezza italiana, frutto della proverbiale lentezza e indifferenza della politica.
In realtà questa è la visione superficiale di una questione che invece ha un profondo significato simbolico, che spiego meglio nel libro che ho dedicato al problema storiografico sardo, (La Mano Destra della Storia, Carlo Delfino Editore), e di cui qui ne farò un rapido cenno a beneficio dei lettori.
La trascuratezza, l’indifferenza, infatti, analizzando il significato simbolico, non sono casuali, ma espressione di un codice comunicativo di cui lo Stato, inteso come Stato che persegue gli obbiettivi nazionali, detiene l’esclusiva.
Lo Stato si forma, e uniforma la sua popolazione, mediante l’impianto di un complesso apparato simbolico unificatore.

La struttura simbolica più potente è, come noto, la lingua.

Dopo la lingua certamente grande potere unificatore ha la storia, ovvero l’idea di un popolo unito da una storia comune.

Ecco perché un ruolo rilevante lo investono i luoghi della storia patria.

 

In questo caso l’apparato scenografico si compone di evidenze visive (bandiere, targhe, cenotafi, architetture monumentali), di controllo (forze dell’ordine e addetti alla sicurezza e all’ordine) che sottolineano l’importanza e il valore del sito, e una ritualità periodica che ne tramanda nel tempo l’importanza, composta di celebrazioni, incontri istituzionali e ricorrenze.

A questo apparato scenografico, che esalta la simbologia dello Stato in quanto nazione, si accompagna l’esito della propaganda e della promozione del luogo, ovvero il pellegrinaggio turistico che è una forma rituale anch’essa che celebra non solo la nazione, ma anche il rito dell’uomo economico.
Ora Mont’e Prama, per lo stato italiano che presiede per legge ai beni culturali, non è un luogo della sua storia, per le complesse motivazioni che hanno portato la storia della Sardegna ad essere esclusa dalla storia nazionale. 

Motivazioni che ho analizzato e spiegato nel citato volume.
Ma il problema di Mont’è Prama, per lo stato italiano, è ancora più complesso, perché esso si pone, in generale, in concorrenza con il processo di nazionalizzazione della storia italiana, perché deviante da esso.

Ma è sul piano simbolico che Mont’è Prama rappresenta un luogo alternativo alla simbologia costitutiva nazionale.

Per rendere l’idea di questo suo essere in contrasto con l’apparato simbolico nazionale, è necessario citare il più importante monumento che è tipico delle moderne nazioni e che in queste si ritrova con poche eccezioni.

Si tratta della tomba del milite ignoto, che ritroviamo, in svariate forme, in moltissime nazioni del mondo e in Italia si ritrova ai piedi del monumento conosciuto come Altare della Patria.
Come ho avuto modo di scrivere più estesamente, la connessione con il mondo dei morti, degli antenati, alimenta l’idea di uno stato nazione che unisce il sangue presente e passato del popolo, e lo riporta indietro in una storia che è sempre stata, e lo proietta in un futuro destino comune.
In questo monumento simbolo, infatti, per la prima volta, è l’intero popolo ad essere celebrato come eroico, in virtù del sacrificio offerto alla nazione.

L’anonimato del soldato consente l’identificazione e l’immedesimazione, il mondo dei morti non è più riservato a degli eroi con nome e cognome da adorare, ma viene esteso alle masse popolari in funzione della nazionalizzazione moderna.
La mitizzazione del luogo storico, in funzione nazionale, si esprime, pertanto, mediante una complessa simbologia, che rende il luogo scenograficamente idoneo, alla quale si aggiunge l’impegno periodico della ritualità, attraverso la celebrazione ufficiale; a questo si aggiunge l’apertura, la promozione e valorizzazione del pellegrinaggio turistico di massa.
I monumenti archeologici alimentano dunque, come località dalla forte carica simbolica, la cultura nazionale, per quella idea di ricongiungimento con il passato e con le generazioni ancestrali funzionale all’obbiettivo nazional-popolare.
Quello che con un termine abusato si definisce, oggi, “mitopoiesi”, che è la sostanza di tutte le nazioni del mondo, ma che in Sardegna è peggio del diavolo con l’acqua santa.

Consideriamo ora il sito archeologico di Mont’e Prama.

La simbologia che promana è particolarmente comunicativa, impregnata di significati simbolici e di suggestioni.

Un luogo dove si rinvengono delle sepolture di eroi di tre millenni fa, quindi un tempo che lo pone come “fondante” e come “fondativo”, agli albori della storia del Mediterraneo occidentale.

Una necropoli monumentale, con statue dalle dimensioni e dalle geometrie che richiamano una forte carica sacrale e emblematica, in un contesto paesaggistico di notevole suggestione e in un territorio ricco di storia.

Vi sono tutti gli “ingredienti” per un luogo mitico, ideale per la funzionalizzazione in chiave nazional-popolare da parte dello stato: l’archeologia, il monumento dal grande valore scientifico, gli eroi, l’ambientazione, la connessione con la generazione e il mondo sotterraneo dei morti, l’eccezionale antichità.

Il lungo tempo trascorso, inoltre, ha trasformato il luogo degli eroi in una sorta di spontanea rappresentazione monumentale al milite ignoto, di un mondo mitico popolato da eroi che rappresenta l’umanità di una antica patria.
Stride, perciò, quello che potrebbe essere con quello che è.

L’ambientazione attuale, infatti, è disadorna.

La scenografia, la rappresentazione del luogo, svilisce completamente la sua simbologia. Rare le indicazioni, nulle le esplicazioni, difficoltoso poter assistere ai lavori e visitare il sito degli scavi.

Il luogo rimanda una immagine trascurata, e risuonano ancora le polemiche sulla mancata custodia del sito.

Periodicamente si diffondono le fotografie e i filmati con il sito allagato o ricoperto di erbacce. Nessuna scenografia nazionale, nessuna rappresentazione simbolica che mostri l’importanza per la cultura del sito archeologico.
La comunicazione implicita è, dunque, svilente.

Il messaggio rivolto al popolo è riduttivo.

Mont’e Prama è questo, non è nella storia, è fuori dal giro e dal coro.

Non può e non deve fare “mitopoiesi”.

Mont’è Prama, come la civiltà nuragica dei sardi, non ha appartenenza, non ha bandiera, fondamentalmente non esiste e, se esiste, è una storia minore, una storiella locale, da pro-loco comunale o da museo etnografico del paesello.

 

Tuttalpiù, ha solo valore scientifico, ma di quello rivolto agli esperti e basta.
Eppure il luogo è talmente emblematico che, ugualmente, il giorno di Pasquetta e non solo, torme di turisti si aggrappano ad una rete per sbirciare quelle lastre di pietra tra le erbacce, ove è racchiuso il mistero e il segreto del passato e degli antenati.

 

Fiorenzo Caterini

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