Quel pallone gonfiato che è in noi

 

 

 

Ci inganniamo tutti i giorni e tutto il giorno.

Diciamo bugie mediamente almeno due volte al giorno e mentiamo, per le più disparate ragioni, ad ogni terzo interlocutore.

Cominciamo a saperlo fare consapevolmente già a partire dai 4 anni ma le premesse inconsce delle bugie vere insorgono addirittura nel primo anno di vita.

Poi per tutta la vita continuiamo a dirci che siamo più belli, bravi, buoni, forti degli altri.

Ma perché lo facciamo?
Nel lontano 1976, nella prefazione al noto saggio Il gene egoista di R. Dawkins, il biologo Robert Trivers, aveva suggerito una spiegazione originale: noi inganniamo noi stessi per abbindolare gli altri e trarne vantaggi sociali.

Dopo 40 anni – in cui evidentemente aveva altro da fare – Trivers e i suoi allievi hanno comprovato sperimentalmente la loro
teoria. Concentrandosi in particolare sulla modalità di raccolta delle informazioni che confermano le nostre convinzioni e sull’eliminazione di quelle che le contrastano (biased information-gathering), Trivers e altri ricercatori in uno studio recentemente pubblicato sul Journal of Economic Psychology hanno chiesto a 306 partecipanti online di scrivere un discorso convincente su un personaggio fittizio di nome Mark.

Tanto più convincente il discorso tanto maggiore il premio.

Ad alcuni è stato chiesto di far risultare Mark piacevole, ad altri spiacevole ad altri ancora come veniva.

Per raccogliere informazioni su Mark i partecipanti avevano a disposizione una serie di video che potevano consultare e interrompere a loro piacimento.

Per quelli che dovevano descriverlo in modo positivo i video andavano dal positivo al negativo, i primi illustravano cioè le qualità di Mark e gli ultimi i difetti.

Per quelli che dovevano dipingerlo a tinte fosche il contrario.
Facile immaginare come è andata a finire. I partecipanti che dovevano descrivere Mark in modo positivo hanno guardato solo i primi video (positivi), si sono convinti che positivo lo fosse davvero e sono stati più convincenti nel descriverlo positivo agli altri.

Analogamente è andata per quelli che dovevano descriverlo come spiacevole. Insomma, prima dobbiamo convincere, ingannandoci, noi stessi e poi riusciamo a convincere meglio gli altri. William von Hippel, co-autore dello studio e psicologo all’ University of Queensland commenta così: “So we process information in a biased fashion, we convince ourselves, and we convince others”.

Uno dei più comuni tipi di auto-inganno è l’auto-incensazione, la fin troppo generosa considerazione di sé (overconfidence) che ci porta ad apparire ed essere i famosi palloni gonfiati. Ancora una volta: perché ci dipingiamo e consideriamo migliori di quanto siamo?

Perché ci fa stare bene, incrementa la motivazione o perché, come sostiene Triver ci porta vantaggi sociali?

Già Anderson aveva dimostrato che le persone “overconfident” vengono considerate più competenti e hanno uno stato sociale più alto suggerendo l’ipotesi che “there is a good possibility that self-deception evolved for the purpose of other-deception,”

In un altro studio che uscirà presto in Social Psychological and Personality Science, condotto da von Hippel e collaboratori sono state testate proprio le 3 ipotesi sopra indicate.

L’eccessiva stima di sé produce un aumento della salute mentale, della motivazione o della popolarità, cioè vantaggi sociali ?

Supponete, presuntuosamente di sapere già la risposta?

Proprio così, l’esagerata stima di sé, verificata per due anni su mille ragazzi australiani delle scuole superiori, non migliora né la salute mentale né la motivazione, ma aumenta la popolarità, dunque migliora la percezione che gli altri hanno di noi con conseguenti evidenti vantaggi sociali.

“Tracking almost 1,000 Australian high school boys for two years, the researchers found that over time, overconfidence about one’s athleticism and intelligence predicted neither better mental health nor better athletic or academic performance. Yet athletic overconfidence did predict greater popularity over time, supporting the idea that self-deception begets social advantage. (Intellectual self-enhancement may not have boosted popularity, the authors suggest, because among the teenage boys, smarts may have mattered less than sports)”.

La migliore dimostrazione empirica della teoria mi sembra comunque l’elezione di Trump alla Presidenza degli Stati Uniti.

È tutto chiaro e lineare allora?

È evoluzionisticamente più vantaggioso essere dei palloni gonfiati?

Non ne sarei così sicuro – la mia autostima è scarsa.

 

Trasposto nei termini, un po’ più complicati, della teoria psicoanalitica o comunque psicodinamica, quello dell’inganno auto-incensatorio, del pallone gonfiato insommma è l’infinito e quanto mai attuale tema del narcisismo, cui Freud aveva dedicato nel 1914 il saggio “Introduzione al Narcisismo”. Già nel 1900 Freud scrive: «Ho notato che persone, le quali sanno di essere predilette o preferite dalla loro madre, dimostrano nella vita quella particolare sicurezza in se stesse, quell’incrollabile ottimismo, che non di rado appaiono eroici e spingono al successo reale.» Nell’Introduzione al narcisismo aggiunge: “L’uomo…non vuole essere privato della perfezione narcisistica della sua infanzia e …si sforza di riconquistarla nella nuova forma di un ideale dell’Io….ciò che egli proietta avanti a sè come ideale è il sostituto del narcisismo perduto dell’infanzia, di quell’epoca in cui egli stesso era il suo ideale”.

Senza scendere qui in impossibili dettagli, si può comunque, riassumendo, affermare che se le teorie evoluzionistiche sottolineano i vantaggi sociali dell’auto-inganno narcisistico (maggior popolarità, migliore posizione sociale, più facili possibilità di accoppiamento), la psicoanalisi ne mette piuttosto in rilievo le carenze, il vuoto che si cela sotto la superficie dorata e scintillante. (Dopo aver vinto grazie al narcisismo le elezioni bisogna anche governare, possibilmente senza fare disastri nucleari, nonostante il narcisismo).

Anche all’interno delle teorie psicoanalitiche comunque i due aspetti del narcisismo, quello sano, vitale e formativo – indispensabile per sopravvivere, vivere, amare ed essere amati – e quello patologico, distruttivo e di morte sono ampiamente rappresentati e discussi.

Basti ricordare Narcisismo di vita, narcisismo di morte di André Green che descrive “forme di narcisismo negativo… in cui nei pazienti predominano sentimenti di impotenza che vanno dalla incapacità di amare, di coltivare le proprie risorse, e di vivere, più in generale, una vera soddisfazione nonostante il raggiungimento di risultati” anche molto brillanti.

È come se, pur in presenza di una vita esteriore di successo lavorativo e magari anche sociale, questi pazienti si portassero dentro un buco nella loro trama psichica, un nucleo freddo (noyau froid), (che Green riconduce al complesso della madre psichicamente morta), che impedisce loro di sperimentare durevolmente il calore della relazione.

Non è infatti il successo lavorativo, finanziario, sociale a determinare la felicità della persona quanto piuttosto la qualità dei rapporti interpersonali, in particolare di quelli più intimi, vissuti non come insanguinato campo di battaglia ma come giocoso arricchimento reciproco.

Non c’è nulla di patologico
nell’ “appagare i propri bisogni, compreso quello di piacere agli altri.

Ciò conduce alla formazione di relazioni, amicizie che rendono la vita sociale più ricca…. rafforzano il senso di sicurezza necessario per l’autoconservazione (Ronningstam)”.

Quando però tutto questo rimane solo splendore esteriore, involucro dorato di un vuoto interiore intollerabile, la sofferenza supera di gran lunga ogni vantaggio sociale ed è talmente penetrante e minacciosa da non poter essere mostrata e condivisa, se non nello spazio protetto di una (lunga) terapia.
L’oracolo di Delfi – come ricorda Aurelia Rossi – rispondeva a chi voleva conoscere il proprio futuro con la celebre frase “Conosci te stesso”.

È un monito a comprendere oltre ai propri limiti, le proprie potenzialità.

L’oracolo aggiungeva però “Attuale secondo misura”.

Per conoscere la nostra abbiamo una vita intera.

 

di  Giuliano Castigliego

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