L’incontro terapeutico e la relazione che cura

Il titolo per questo incontro mi è venuto in mente leggendo il programma chi i colleghi trentini avevano predisposto per il loro seminario; la centralità della persona.

Secondo il vocabolario della lingua italiana il termine ha origini etrusche e coi secoli il termine è andato ad assumere molteplici valenze, essendo ormai il concetto usato sia in termini filosofici, giuridici, fisici, economici, teologici.

La sostanza con cui lo uso io in questo lavoro è quello di un essere umano dotato di dignità, valore, libertà, responsabilità, unicità.

Si possono anche aggiungere altri attributi, ma non siamo qui per fare questo lavoro linguistico, quanto per dare spessore terapeutico alla persona paziente e al suo curante.
Proprio per fare al meglio delle mie capacità questa introduzione alla mattinata, ho deciso di dare a questa relazione un taglio decisamente inusuale rispetto alle presentazioni accademiche, a costo di prendermi molti fischi.

Cercherò, attraverso spezzoni di sedute con pazienti o in un gruppo di formazione di mostrare non solo quello che succede veramente nel nostro lavoro, ma anche la parte che ognuno di noi ci mette in questo lavoro terapeutico.

Farò anche dei commenti su questi spezzoni di sedute.

I commenti sono solo farina del mio sacco, quindi sono molto discrezionali e altrettanto opinabili.

Sono abbastanza sicuro che gli scambi con i pazienti si possono leggere da altri punti di vista. Quello che vi presento è il mio.
Troverete anche che insisto molto anche nell’uso di termini come responsabilità, libertà, destino. Non lo farò a caso, ma seguendo un filo logico.
Dovrò usare molte parole per parlare di responsabilità, che è una cosa molto concreta per noi esseri umani, e dovrò farlo sapendo che le parole che si usano sono costruzioni simboliche, che rappresentano col linguaggio quello che definirò la realtà di un incontro terapeutico.

Nello scrivere, in modo particolare, le parole che uso hanno solo un interlocutore immaginario e quindi finisco sostanzialmente per parlare con me stesso e le mie rappresentazioni del mondo. L’uso delle parole è quindi una rappresentazione povera della mia libertà.

Non ha mai nascosto la mia ambivalenza per i concetti linguistici.

Data l’intrinseca natura umana a voler tentare una spiegazione linguistica di tutta l’esistenza, ho una forma di resistenza passiva al continuo proliferare di parole e termini che alla fine non spiegano nulla di quello che ritengo essenziale nella vita.
La formulazione di concetti si dimostra sempre molto diversa dall’azione che si compie, è intrinsecamente povera la nostra capacità verbale di riprodurre l’azione che si compie.

Tuttavia questo tentativo va perseguito, anche perché da sempre il Ruolo fonda sulla trasmissione del sapere una delle sue pratiche di coesistenza.
Sulla fatica che, come esseri storici, facciamo cercherò di dire qualcosa dopo, nel prosieguo del ragionamento .
Si può pensare che la fatica possa essere solo quella di dover concettualizzare qualcosa che ha una sua coerenza organica, dal momento che la pratica clinica che segue il metodo del Ruolo ha già una sua prassi collaudata e apprezzata?
La fatica sta solo nel rendersi conto che quella prassi clinica nasce da concetti etici e non scientifici?
Abbiamo anche una Scuola che propone una formazione a questo mestiere con alla sua base una pratica clinica precisa e coerente.

La nostra capacità di tradurla in concetti non è sempre all’altezza della prassi, ma ci stiamo lavorando.

Siamo ancora imperfetti.

Ma, indubbiamente, più questi concetti verbali di quello che facciamo sono vicini all’azione pratica, più saremo credibili.
“Lo spirito solo dà vita: la lettera uccide” dice una persona illuminata.
In un altro orizzonte, ma sempre con lo stesso sole, un’altra persona rifiutava di esprimere verità rivelate, perché “dovete rendervi conto che esse sono dentro di voi”.

Vorrei adesso tentare di mettere queste riflessioni insieme a due esperienze, una formativa e una clinica.

Mi scuso subito di adoperare questa divisione che ritengo debba essere superata, ma lo faccio per rimarcare solo due setting di lavoro diversi.
In un incontro di supervisione, Marcella, una giovane educatrice, porta una sua situazione lavorativa che la mette in difficoltà.
Marcella svolge il lavoro di educatrice in una comunità e ha il compito di stare vicino a una paziente ricoverata in una struttura psichiatrica.
“ Vi parlo di Maria. Ha 45 anni e la cooperativa per la quale lavoro mi manda da lei 4 ore la settimana per starle vicino.

Maria ha la schizofrenia, ci sono momenti in cui si arrabbia moltissimo, e allora si mettono 4 o 5 persone per tenerla.

Ha una forza mostruosa, anche quando è a terra fanno molta fatica a contenerla, schiuma perfino bava dalla bocca.

Io sono proprio indignata di questo trattamento, vorrei che la prendessero con più umanità.

Mi sento impotente, ne ho parlato anche con i coordinatori, i quali mi dicono che un lavoro di rete è impossibile. Io non ci credo, sono sicura che si possa fare qualcosa.

Però, adesso mi rendo conto che anch’io sto mollando.

L’ultima mattina che dovevo andare da lei mi hanno offerto di fare un’altra cosa e io ho detto di si. Poi mi sono pentita ed ho ripreso l’impegno con Maria, ma questo episodio mi ha fatto capire che non ci credo più in questo intervento.”
Ho riportato quasi integralmente il contenuto che la collega educatrice ha portato in supervisione.
Vi sono certamente molti aspetti di questa storia che meritano di essere approfonditi e, infatti, vari membri del gruppo avanzano domande di chiarimento e di approfondimento.

C’è chi chiede se Maria si comporta così anche con la collega, chi rivendica la necessità di un lavoro di rete con gli altri operatori dei servizi quando ci si trova a lavorare con una paziente così difficile e grave.

Io faccio un poco sbollire gli animi che si sono accalorati, anche Marcella parla di questa cosa con toni molto accesi ed è visibilmente emozionata, pur essendo una persona che normalmente trattiene molto l’emozione che prova.

Ma parlare di Maria le fa venir voglia di piangere, è l’unica paziente che segue che la scombussola in questo modo.
Quando le pongo la domanda come mai dica che Maria “abbia la schizofrenia”, la collega rimane un poco sorpresa.

Dice che il suo servizio la manda ad assistere Marcella proprio perché ha questa malattia che le è stata diagnosticata, e lei trova che, effettivamente, Marcella si comporta molto stranamente.
Le chiedo se cambia qualcosa per lei immaginare Marcella come una persona che “sia anche schizofrenica”, piuttosto che come una persona che “abbia la schizofrenia”.
Non l’avessi mai proposto!

La collega cade in una visibile emozione anche li in supervisione e parla di lei e della situazione della sua famiglia, una storia complicata che non sto a raccontarvi, ma che si conclude con Marcella che riconosce la grande identificazione che ha fatto di se stessa con la sua paziente, e il desiderio di fuggire dalla tragica storia del suo passato.
Tutti i membri del gruppo rimangono molto scossi e partecipi .

Alla fine Marcella, ringraziandoci di averle consentito di capire perché vuole scappare da Maria, promette che però non ci parlerà più di se. Il gruppo protesta visibilmente, dicendole che è la prima volta che vede così chiaramente come l’educatore sia così grandemente influenzato dalle proprie paure nel trattare con i pazienti, che non si capisce come si possa fare a meno di comprendere emotivamente e razionalmente meglio le proprie storie.
A fine seduta chiedo a Marcella come pensa di poter utilizzare quello che è emerso in supervisione nel prosieguo del suo lavoro e con un grande sorriso dice:” adesso almeno so perché faccio alcune scelte e non ne faccio altre”.
Prima di continuare ad esaminare il concetto di persona, per come l’ho in mente io, naturalmente, vi parlo di un paziente che è stato con me per lunghi anni.
Mario, seduto in maniera rilassata nel mio studio, parla delle tante riflessioni fatte questa estate.

Il tono è pacato, anche un poco depresso, ma con una venatura di ottimismo per quello che sta facendo.
In questi sette anni di terapia ha avuto molte metamorfosi: l’iniziale uomo ribelle che chiedeva solo di essere ascoltato e non accoglieva nessun tipo di domanda, si è trasformato oggi in un uomo che riconosce la fragilità della propria identità, fondata da un bisogno di accoglimento affettivo ancora molto infantile e quindi estremamente vulnerabile.
Mario, all’inizio dei nostri incontri, aveva espresso la necessità che il mio essere con lui fosse solo una presenza d’ascolto.

Non tollerava eccezioni, e ogni mio tentativo di porre una domanda era stroncato da proteste, spesso rabbiose, di voler essere solo ascoltato.

Non si era mai sentito ascoltare prima.

Era nato in una famiglia in cui non aveva mai potuto e saputo prendere la parola e le parole altrui non potevano essere nemmeno interrogate.
Ai miei tentativi di dialogo reagiva come aveva reagito suo padre con lui: con furore.

“Lei però deve stanarmi, non l’ha capito?

Se Lei non mi martella ai fianchi come faccio a difendermi?
E’ l’unica cosa buona che so fare nella vita, so difendermi bene.

Perché non mi consente di difendermi come so fare?” mi diceva con rabbia”.

“Cosa le fa pensare che sia qui per martellarla?”.

“Sono stufo delle sue domande sul senso di quello che dico e che faccio con lei.

Io non voglio sentire solo domande, io voglio che lei mi dica se quello che faccio è giusto o sbagliato, che corregga i miei errori. Io la pago per questo!”

“Lei mi paga per avere un giudizio su quello che fa?”

“Si, no…non lo so. Vorrei tanto che mi si dicesse cosa devo fare!”

“Spero di capirla, ma non la posso aiutare in questa strada”.

“Non la sento un avversario, ma così come fa con me non mi aiuta.

Mio padre mi diceva cosa dovevo fare e come dovevo farlo.

Con lui ho imparato a reagire bene, alla fine lo inchiodavo al muro!

Con Lei non ci riesco, non mi sollecita mai, mi costringe a ripensare sempre alle cose che dico e a come le dico.

Che palle! Perché tutto quello che faccio deve avere un significato?”

“Quello che succede qui ha un significato.

Non so qual è per lei, ma so per certo che c’è un significato anche per lei”.

Mario è anche esasperato del mio non esserci come immagina debba esserci la figura paterna.

Quella figura che lui ha dentro è una figura di giudizio, una delle tante funzioni paterne.

Della sua esperienza d’amore con la figura paterna è l’unica in grado di riprodurre continuamente nella sua relazione con me.
Ma comincia a pensare che probabilmente non è sempre necessariamente così.

Faccio una riflessione su questo scambio con Mario.

Qual è il tempo in cui si capisce?

Chi lo definisce?

C’è una definizione del tempo in cui è necessario capire o questo tempo va lasciato all’esperienza affettiva di ognuno di noi?
Mario mi accusa di due cose diverse e complementari: da una parte mi accusa di non sollecitarlo abbastanza e dall’altro si ritrova costretto a ripensare continuamente alle cose che dice e che fa con me.
Posso svolgere la funzione interrogante in altro modo? Se si, com’è immaginabile, qual è il modo più giusto?
Nel rispondere che c’è un significato, è implicito che c’è un significato anche per me.
Mi interrogo sulla mia coerenza attorno ad alcuni punti strutturali:
– il mio ruolo prevede una funzione interrogante della domanda del paziente;
– la mia risposta è tendenzialmente sulla domanda e non alla domanda;

Mi domando anche alcuni problemi processuali:
– la funzione interrogante non sempre è possibile, il paziente non ci sta;
– non tutte le risposte sono possibili solo sulla domanda.

Alcune considerazioni bisogna darle, altrimenti è trattare il paziente come se fosse solo, lo si interroga e basta.

Il problema è che tipo di risposta e di considerazione fare, in che momento la si fa.
– la relazione è a due sul piano reale e a tre o più soggetti sul piano immaginario.

Basti pensare ai personaggi che sono portati in scena.
– il paziente vorrebbe svolgere con me una specie di partita di calcio.

Ma la cosa non funziona, non solo perché non sono l’avversario in campo, ma anche perché non posso limitarmi a fare l’arbitro e quindi chiamarmi fuori dalla contesa.

Anche perché pure l’arbitro fa parte della contesa.

L’incontro terapeutico assomiglia molto ad un incontro che un escursionista, avendo perso il sentiero che conosceva e percorrendo un sentiero sconosciuto, , incontra un pastore che osserva seduto il gregge al pascolo.
Il pastore conosce la topografia del posto dove pascola il gregge, è consapevole che percorrere un certo vallone conduce in una certa direzione, che occorre attenzione ai salti di roccia, e così via.

Sa che le pecore cercano il pascolo migliore e che uscite dall’ovile esse si sparpaglieranno in questa ricerca.

Di volta in volta il pastore si ritroverà in un posto diverso.
Quando è l’ora di riportarle nell’ovile egli localizza la topografia del posto dove sta e guida il gregge in un sentiero, perlopiù da tracciare, per tornare a casa.
Col viandante è un po la stessa cosa.

Il pastore non sa dove vuole andare il viandante.

Ammesso che il viandante sappia nominare la meta dove intende arrivare, non è detto che il pastore sappia indicare il sentiero come raggiungerla.

Forse il pastore ha percorso un sentiero molto diverso per arrivare dove si trova oggi.

Però il pastore sa che la meta indicata “è là”.

Quel “è là” è solo un’indicazione topografica, non è geografica e normativa.

Non afferma che sentiero bisogna prendere, indica solo una direzione: “è là”.

Si può chiamare questa una direzione etica?

Judith Butler scrive: ”Parte del compito etico della psicoanalisi consiste nel rendere gli adulti consapevoli del fatto di non essere più bambini, del fatto che le asimmetrie richieste dall’infante e dal bambino, non sono modelli applicabili alle relazioni adulte che rientrano nell’ordine etico.”

Riprendo un altro scambio con Mario:

“Sono contento di essere qui. Non ho nessun motivo logico per provare questo piacere, però è così”.

“Motivo logico?”

“Si, non c’è logica in questo piacere.

Qui non succede niente, si parla e basta, anzi, parlo quasi solo io.

Però il lunedì è diventato un momento importante, è per me fonte di piacere pensare che verrò qui…”

“Mi sembra di riprendere ogni volta lo stesso tema, però mi pare anche che dia un tono diverso.

Mi sento con una voce diversa, meno dura.

Non mi ritrovo più il mio vocione che terrorizzava tutti…è come se fossi rimasto solo uno scarto di quello che ero…è come se fossi rimasto una cosa impalpabile.

Mi sento tutto rivoltato.”

”Uno scarto?”

“Si, uno scarto, un residuo tra quello che penso e quello che faccio.

Quello che rimane fra le due cose sono io”.

Faccio un’altra riflessione su questo scambio.

Per il mio paziente non c’è logica nel suo piacere d’essere contento in quel momento.

Ha solo assunto un ritmo di vita che è diventato “rito”, un atteggiamento che produce non una cosa, ma uno stato d’animo.

Lo stato d’animo non ha logica.

E’ solo una condizione temporanea.

Naturalmente questa è la mia esperienza.

Vale per me.

Lo stato d’animo è sempre e solo transitorio.

Una potenziale durata dello stato è condizionata grandemente dalla relazione che ho in quel momento, sia che avvenga con un altro essere reale o con un’aspettativa immaginaria.

Un frammento clinico, pur nella molteplicità di congetture a cui si presta, è un flash che da un’idea di quello che avviene in un incontro terapeutico.

Intanto testimonia un istante di storia della coppia terapeutica.

Poi, in quale tempo e spazio si produca quel frammento, quali accadimenti emotivi ed affettivi lo rendano possibile rimane certamente il senso del nostro lavoro clinico.

Pensare un incontro terapeutico presuppone un pensiero di relazionalità di cura della coppia analitica.

Sappiamo quanto sia decisivo il nostro atteggiamento negli incontri che facciamo, ma sappiamo anche che insieme a noi c’è un altro, un altro che ci influenza e che influenziamo con i nostri atteggiamenti.

In effetti, molto della teorizzazione psicoanalitica classica parte dal considerare i problemi che una persona affronta come se questi problemi subissero una specie di processo impersonale.

Un incontro di cura è un incontro un poco particolare.

E’ un incontro col proprio destino.

Ecco, la cura di sé è la cura del proprio destino.

Mentre scrivo questa frase mi pare che essa sia una buona sintesi di quello che ho in mente quando parlo di cura di sé.

E’anche evidente quanto questa parola rischi di essere un’asciutta metafora.

La parola, ogni parola è fondamentalmente limitante, quando addirittura non è ambigua.

Il suo significato assume senso e significato condiviso solo nell’incontro di chi parla e di chi ascolta.

Fuori da quell’incontro quella parola è interpretabile a seconda dell’interlocutore, oppure vuota di senso se chi la legge non si immedesima in quello che sta leggendo.

Come sostiene convincentemente Raimon Panikkar, nella parola umana non c’è niente di scientifico.

Quando io parlo, dico qualcosa con le mie intenzionalità consce e inconsce, utilizzo un tono alto o basso, aggressivo o seduttivo, armonioso o duro, emetto un contenuto che posso articolare in modo chiaro e condiviso oppure oscuro e incomprensibile, c’è un altro che mi ascolta e che riceve la mia parola a seconda della sua disposizione d’animo nei miei confronti e di quello che intende ascoltare, delle sue aspettative e delle sue idiosincrasie.

Il senso delle mie parole può essere inteso solo se si tiene conto di tutti questi elementi, inseparabili l’uno dall’altro.

E’ la loro contemporanea unità che la denota come parola umana.

Qualsiasi tentativo di frammentarla nelle sue parti costituenti la renderebbe atomizzata e frammentata, e lo studio di questa frammentazione ne sancirebbe la totale incomprensibilità delle singole parti.

La parola umana non può quindi essere oggettivata e, di conseguenza, ridotta ad oggetto di studio scientifico.
Qualsiasi tentativo di comprensione di quella parola passa non attraverso l’atomizzazione della parola stessa, come fa il metodo scientifico, ma attraverso la sua unità (chi parla, il modo in cui parla, il contenuto di quel parlare, il ricevente quella parola).

Solo rinunciando al metodo atomizzante si può rendere intelligibile quella parola.

Non è così che avviene con i pazienti?

Due persone che, da posizioni asimmetriche, tentano di capirsi reciprocamente e che, nel farlo, attingono a una rappresentazione dell’altro in termini unitari, non frammentati.

E quando si parlano ognuno non lo fa con la propria totalità alla totalità dell’altro?

Perché ridurre la parola della persona ad un oggetto?

Credo che la psicoanalisi debba occuparsi del soggetto, sapendo che ogni soggetto è un microcosmo irriducibile a qualsiasi tentativo di frammentazione.

Non che questa frammentazione non venga continuamente tentata.

E’ sotto i nostri occhi il risultato dell’uomo nato e cresciuto in questo tentativo continuo di riduzionismo.

Dopo che questa ha lavorato accanitamente per la frammentazione umana, almeno la psicoanalisi potrebbe lavorare per una ricomposizione dell’intero, del soggetto, della persona?

In ogni caso la parola non è nemmeno la verità del soggetto che si esprime.

La verità che emerge dal linguaggio, sia esso parlato oppure scritto, ha a che fare con l’oggettivizzazione del proprio stesso pensiero.

Nulla di oggettivo, in questo senso, può essere vero, perché nessuna verità può essere o divenire una cosa.

Anche il linguaggio può essere considerato una cosa.

La condizione umana di un “Io” come dato ineliminabile di individuazione del ruolo che ricopriamo nel creato, ci pone in una nuova dimensione.

Fino a che la coscienza è quella dell’Io, della salvaguardia del potere personale, la visione di una comunità umana non si può realizzare perché essa richiede di riconoscere in se una coscienza universale.

La logica dell’Io è la logica di un essere che sa di sapere di sé come individuo, e che vede l’altro come un altro su cui ha potere, e di cui corre continuamente il rischio di diventare a sua volta una cosa.

Se non si supera la logica dell’Io non c’è scampo alla paura e al sospetto.

Oggi il lavoro per raggiungere una coscienza più universale è un lavoro di tipo interiore, non solo sociale.

Tutta l’evoluzione consiste in salti del pensiero su piani di riflessione più elevati.

L’io è l’identità che l’individuo sì da sulla base del ruolo che svolge.

L’io dell’uomo tiene ancora separato la totalità dell’essere, la coscienza, dalla parte corporea.

Noi esseri umani viviamo separati tra un pensiero su noi stessi e un corpo che vive in quanto animato da questa consapevolezza.

Quando l’uomo potrà riconoscersi come essere completo, come un essere trascendente che abita nel corpo, forse in quel giorno la nostra finitezza umana assumerà contorni più felicemente praticabili nei sentieri del quotidiano.

Rimane oggi la nostra comune necessità di oggettivare, perché è oggi l’unica condizione di dar conto della gamma infinita di emozioni, sentimenti ed esperienze che sperimentiamo.

Nello spirito di Esculapio, ai tempi dell’antica grecia, compito del terapeuta doveva essere quello di ricercare, oltre che di curare.

Si narra che lo spirito antico della parola “terapeuta” sia quello di chi si votava al culto di dio, di chi aiutava a riportare l’essere umano alla sua fonte, riportava l’uomo a dio, alla sua divinità.

Non è nemmeno vero però che la verità sia solo soggettiva.

Non mi pare sostenibile nemmeno affermare che ognuno di noi ha la verità.

Questo significherebbe relativizzare la verità al proprio vissuto esperienziale, cosa certamente valida se si tratta di testimoniare la nostra vita fino a quel momento, ma non è credibile che esista una verità finita per ognuno di noi.

Credo invece che esista la verità “dentro” e “attorno” a noi, una verità solo intuibile, non nominabile, non confrontabile, una verità immateriale e immortale che attraversa tutto il tempo e lo spazio della nostra esistenza.

Nel momento in cui ne parliamo o scriviamo, come sto facendo io adesso, non è più la verità che emerge ma l’oggettualizzare quello che credo vero, un concettualizzare che mi permette di entrare in contatto con altri esseri umani come me, con cui posso condividere, attraverso un linguaggio comune, idee, pensieri, affetti.

Gli altri, tutti gli altri, sono esseri umani come me e non possono fare qualcosa di diverso da quello di oggettualizzare che faccio io.

L’Io esistente tra noi è così.

Relazionale, mutuo e finito.
Noi produciamo mondi, vite, storie.

Sviluppiamo rapporti viviamo relazioni.

Lo facciamo da svegli e lo facciamo anche da addormentati.

La nostra coscienza produce sempre mondi.

Siamo proprio sicuri che gli unici sogni che facciamo sono quelli che ci capitano mentre dormiamo?
Lo “scarto” del mio paziente è una questione profonda.

La sua affermazione, oltre che essere presa come falsificabile, cioè interrogabile dal punto di vista dello scambio con me, la sento vera anche per me.

La nostra essenza potrebbe essere uno scarto, una differenza, una questione che si pone tra quello che è la nostra essenza umana, quello che fa la nostra cognizione e quello che traduce il nostro corpo.
Personalmente credo che siamo esseri culturali.

Fin dalla nascita trascendiamo la nostra natura animale e tutto di noi è modellato dalla cultura ambientale e umana che ci accoglie.
Perfino i nostri bisogni biologici di base assumono dimensioni culturali.

Fame e sesso sono espressi come dati culturali, non come istinti.

Siamo esseri in divenire.

Diventiamo umani trascendendo la nostra parte originaria di specie animale istintuale.

Questa nostra intangibile sacralità ha bisogno di essere riconosciuta con amore.

Non sempre è così, anzi.

Quando questo amore non arriva, oppure non viene percepito, noi ci ammaliamo.

Diventiamo malati d’amore.

La cura di noi stessi è la cura di un destino d’amore che è mancato.

La cura di sé diventa la cura del proprio destino.

Riprendo un’ altra seduta con Mario.

Mario è arrivato con un quarto d’ora d’anticipo e aspetta, come sempre, che lo venga a prendere.

Appena entra nella stanza non si siede come al solito, ma rimane in piedi, appoggiando le mani sul tavolo, aprendole e chiudendole a pugno.

Mi siedo sulla mia sedia e gli chiedo cosa gli sta passando in mente con questo suo nuovo atteggiamento.

“ Sono venuto con un sentimento contrastante.

Ero deciso a chiederle una seduta supplementare perché sono troppo pieno di rabbia, ma avevo anche in mente di proporle di sospendere per un mese le sedute.

Credo mi farebbe bene starmene a riflettere da solo per le cazzate che faccio.

Così mi sento proprio impotente.

Oggi ne ho combinato una veramente grossa al lavoro, sono stato un idiota.”

Si siede e mi racconta una storia, abbastanza confusa, su come si è comportato in una vicenda lavorativa.

“Prima di poter o meno parlare a fondo di questa storia al lavoro, bisogna collocarla in un contesto più chiaro tra di noi.

Me ne parla col sentimento di stare qui o con quello di sospendere?

“Sono impotente a scegliere qualsiasi cosa”.

“Una cosa è il sentirsi impotenti, un’altra è scegliere di esserlo”.

“Si…però così devo impormi una scelta!”

“Già si impone una scelta.

Segue quello che il suo sentimento le suggerisce?

Decidere di “non scegliere” è una scelta, peraltro rispettabile come qualsiasi scelta, purchè consapevole.”

“Lei non mi capisce!

Non si rende proprio conto!

Le racconto nel dettaglio cosa ho combinato”

Mi parla degli avvenimenti avvenuti al lavoro, dove ha assunto una posizione opposta a quello che aveva avuto fino al giorno prima.

“Dove mette questa storia?

Nel continuare ad incontrarci o nel sospendere?”

“Sono anni che vengo qui!

E ancora faccio questi casini!

A che cosa mi serve continuare a venire se non riesco nemmeno a scegliere?

Ci dev’essere qualcosa di molto malsano in me se faccio così…

Come si fa ad avere dentro due cose così contrastanti…

Eppure qualcosa mi dice anche che posso sperare di cambiare…ed è quello che desidero”.

“ Non potrebbe scegliere quest’ultimo come criterio?

Finora non se lo è consentito.

Non si tratta di negare l’ambivalenza del sentimento, quando mai non lo è, ma di assumerlo così, insieme alle altre cose che prova, desiderio compreso.

Solo se lo assume può scegliere consapevolmente qualcosa, altrimenti la scelta è fatta a favore di quello che preme di più in questo momento”.

“E se sbaglio nella scelta?”

“Avrà qualcosa in più di prima da comprendere. Anche per fare un’altra scelta, se la ritiene utile”

Rimane assorto per molto tempo.

“Continuo, ma non riesco adesso a tenermi dentro tutto per una settimana ancora.

Almeno per una volta, mi da un’altra seduta?”

Apro l’agenda.

Faccio la penultima riflessione.

Il paziente, nel ricercare le attenzioni per la specificità del proprio caso, si consegna nelle mani del terapeuta.

La centralità della cura non dovrebbe sottrarre la persona alla sua dimensione sociale e collettiva, spogliandolo, nella maggior parte dei casi, dalle proprie peculiarità storiche per farlo entrare in quelle, individualizzate e destorificate, di paziente.

Il tentativo di oggettivare l’uomo è stato, d’altronde, un passo obbligato della medicina occidentale: per essere guardato scientificamente l’uomo è stato dunque oggettivato e rimosso come soggetto, lungo un percorso che segna il passaggio dalla medicina come arte alla medicina come scienza.

Pietro Barcellona ha scritto che il rovesciamento imposto dall’oggettività trasforma la realtà: rende soggetto un inesistente universale, la malattia, e un oggetto un particolare drammaticamente presente, l’uomo malato.

Il termine paziente presuppone, etimologicamente e storicamente, una passività, che si manifesta nel subire un dolore, nel soffrire una malattia.

Oggi il nostro concetto di terapia parte invece dalla premessa di un’assunzione di responsabilità nella ricerca della propria cura e della propria salute.

Quando Sergio Erba sostiene il concetto di reciprocità, di cinquanta e cinquanta, rivendica non solo al terapeuta la titolarità di soggetto, ma anche al paziente.

Può essere un cambiamento storico questo concetto di paziente come soggetto?

Si, se si accoglie l’assunto che il paziente è sì sofferente, ma anche attivo protagonista della propria cura e del proprio destino.

Anche quando sceglie apparentemente di non occuparsene.

Cosa peraltro non vera fino in fondo, almeno finchè viene allo studio del terapeuta.

D’altra parte, la malattia non è il destino dell’uomo.

La malattia è un pensiero e, come già sostenevano Schpenhauer e Nietzesche, il pensiero viene quando vuole lui, non quando voglio io.

Un po’ come la vita: non sono solo io che la vivo, ma sono anch’io vissuto da essa.

Riprendo un’ altra seduta con Mario.

Una volta è scomparso per un mese, senza farsi mai vivo. Io non l’ho cercato.

Quando è tornato mi ha parlato di quanto gli fossi mancato.

“Sono troppo dipendente da lei”.

“Cosa intende per dipendenza?”

“Ho disperatamente bisogno di poter contare su di lei, di poterle parlare di quello che penso e che faccio, di avere la sua approvazione”.

La sua dichiarazione mi turbò moltissimo.

Pensai che stavo facendo qualcosa di sbagliato nel lavoro, di sviluppare con il mio atteggiamento un eccessivo attaccamento di Mario.

“Io dipendo da tutto il creato”, gli dissi, dopo alcuni minuti di riflessione

Faccio l’ultima riflessione.

Quando comprese la mia risposta rimase emotivamente sconvolto per molti mesi.

Veniva alle sedute sempre puntuale, si accomodava stancamente sulla sedia e piangeva.

Erano pianti accorati, singhiozzanti, che non sarei capace di descrivere meglio.

Attraversavano tutta la sua e la nostra esistenza in quella stanza.

Mario capì con l’emozione, con una sorta di intuizione che lo prendeva ogni volta che ricostruiva una storia, e poi col pensiero attorno alla storia.

Non saprei dire se i due processi debbano essere così sempre, anzi, mi pare che molte volte una comprensione intellettuale scotomizzi quella emotiva e comunque si tratta di comprensioni assai diverse.

Comunque cominciò a collegare il suo dolore con le sue esperienze affettive interne, poi passò a ridiscutere con se stesso le esperienze con il mondo esterno.

Avendo compreso che aveva bisogno di essere, prima di tutto, un figlio, si mise finalmente a farlo con quegli atteggiamenti dialoganti che aveva solo sognato e mai attuato prima di allora.

Col tempo ho compreso che la mia preoccupazione sulla dipendenza è infondata.

La dipendenza è una condizione fondante della nostra natura umana.

Ammetterlo a se stessi è certamente una condizione di vulnerabilità e nello stesso momento un richiamo al bisogno di essere riconosciuto affettivamente come persona umana, come titolare di una singolarità esistenziale irriducibile a qualsiasi altro dato.

Un genitore e un figlio: due ruoli reali della vita che in terapia si riproducono inevitabilmente, nel bene e nel male, perché la struttura asimmetrica delle relazioni d’aiuto pongono il curante sempre a un diverso livello del curato.

Quando parliamo di ruoli nella vita reale sappiamo che ne attraversiamo tanti.

Di volta in volta possiamo essere figli, amici, genitori, e così via.

A ogni ruolo corrisponde una funzione diversa.
In cuor nostro sappiamo come dovrebbe essere un’esistenza ottimale.

Ma chi l’ha mai avuta?

E c’è qualcuno che conosce qualcun altro che l’ha avuta?

Sappiamo che la vita ci ha riservato un certo destino, e che siamo qui per prendercene cura.

Le nostre capacità attuali sono sempre al massimo quando ci prendiamo cura delle nostre cose.

Pur essendo al massimo delle nostre capacità di questo momento sappiamo però anche che abbiamo dei limiti.

Limiti fisici, limiti temporali, limiti cognitivi, ecc.

Anche le nostre più grandi capacità sono sempre piene di limiti.

Dobbiamo partire da dove siamo se vogliamo andare da qualche parte.

Mario oggi ha paura di finire la terapia.

Alla ripresa delle sedute dopo le vacanze estive ha espresso l’idea che sarebbe giusto lasciare il posto a qualcun altro.

Lo ha detto con un tono però poco convinto, che a una successiva indagine si è rivelata essere un modo un poco accademico di affermare che la terapia più di quel tanto di bene non può offrire.

“Credo che questo non sia giusto, però. Perché anche nella terapia non si può essere felici? si chiede”.

“Io un presente di dignità non l’ho mai avuto prima di adesso”, diceva ancora Mario.

Abbiamo molto interrogato questa possibile felicità che lui auspica di vivere anche in terapia.

Personalmente non sono un militante del partito dell’”accontentiamoci”, anche se capisco che ognuno ha un suo massimo esprimibile in ogni tempo della sua evoluzione.

Se uno vuole esprimere più produttivamente le proprie qualità è meglio vedere perché non lo fa, piuttosto che porgli dei limiti esterni, anche se questi ci sono e contano molto.
Noi in larga misura veniamo da storie piene di dolore e di tristezza.

Se siamo qui, però, e perchè siamo anche pieni di speranza.

Questa è una nobiltà dell’uomo.

Essere pieni di speranza.

Anche quando siamo feriti, arrabbiati, vilipesi, coviamo un germe di speranza di poter cambiare lo stato delle cose e questi stati d’animo.

Che ci sia un posto, che ci sia qualcuno che sta con noi semplicemente perché siamo esseri umani e vorremmo essere trattati con umanità.

E’ utopia la felicità?

Mah, se lo è si può convenire che è una bella utopia.

Ritengo che siamo nati anche per essere felici, anche se la vita ci costringe a misurarci troppo spesso con il dolore e l’infelicità.

Quasi tutto nel nostro mestiere di operatori delle relazioni di aiuto ci ricorda che noi lavoriamo con il dolore di vivere delle persone.

La ricerca della felicità è spesso un miraggio, ed è già tanto se raggiungiamo una condizione di relativa serenità.
Alla lunga penso che sia giusto anche questo.

Cosa vogliamo? Sappiamo cosa vogliamo?

E quando lo sappiamo troviamo il coraggio di affrontare tutti i passi necessari per conseguirlo?

Io credo che la storia di Mario con me stia andando in una direzione ancora oscura per lui.

Vuole capire chi è lui e chi sono io per lui.

Nella nostra professione con molta fatica si sta facendo strada l’idea che dovremo abituarci
all’eterna cura di noi stessi.

La cosa non sarebbe male, anche perchè sono convinto che la cura di sé non la si fa certo solo seduti nella sedia o sdraiati nel lettino del terapeuta, anzi.

Ho anche l’impressione che peraltro questa cura di sé venga presentata però solo come una situazione che nasce dal fatto che l’essere umano è troppo imperfetto, pieno di debolezze e contraddizioni.

Uno dei tanti limiti di questa impostazione è anche che si imponga una specie di mistica terapeutica che dice: dobbiamo imparare a rispondere sempre più solo con le emozioni.

Non credo che questo sia tutto vero.

Quando oggi questo avviene e il paziente si lascia andare, dietro il torrente emotivo si manifesta in tutta la sua drammaticità la paura di un “nulla” esistenziale.

Le emozioni sono importantissime ed hanno bisogno di essere accolte e vissute anche con qualcuno che ci aiuti a decifrarle e a integrarle in una visione di sè e degli altri sempre più matura.

Mario mi ricorda che il mio ruolo non ammette sconti: io sono il suo terapeuta e lui è il mio paziente.

Tradotto nel linguaggio della vita reale e del mestiere di cura che svolgo, significa che io so di dover avere cura di me stesso, prima ancora di curarmi di lui.

E prima ancora di essere nelle mie capacità il farlo, lo considero un dovere per me stesso.

Cosa devo curare in me? Il senso vitale delle mie capacità umane, rispondo.

Aver cura delle mie qualità e capacità umane è curare il mio destino.

Se non riesco a dare un senso buono a me stesso, che cosa darò agli altri?

Dieci mesi fa Mario ha sospeso la terapia.

Vuole provare a reggersi senza quell’impegno settimanale, ormai per lui troppo prolungato nel tempo.

Mi manda una cartolina da ogni posto in cui si reca.

In una delle ultime c’era scritto: “Non avrei mai immaginato di essere qui.

Si vede che era scritto nel mio destino”

Sono stato tentato di scrivergli che il suo destino lo stava scrivendo attraverso il suo essere nel mondo, ma poi non l’ho fatto.

Mi sembra più utile che continui a cercare di prendersene cura.

70 thoughts on “L’incontro terapeutico e la relazione che cura”

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